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Bologna, lo Stato che immobilizza ma non soccorre: la morte di Abderrahim Fakir è un fallimento di sistema

Bologna, lo Stato che immobilizza ma non soccorre: la morte di Abderrahim Fakir è un fallimento di sistema

Le responsabilità penali saranno stabilite dalla magistratura. Ma le immagini mostrano già qualcosa di inaccettabile: un uomo viene mantenuto a terra, in posizione prona, mentre invoca aiuto e progressivamente smette di reagire. Polizia e soccorritori avevano procedure precise per impedire che un contenimento si trasformasse in una tragedia.

BOLOGNA — Non occorre conoscere ancora l’esatta causa della morte per formulare una prima, durissima condanna istituzionale.

Abderrahim Fakir è morto durante un intervento della Polizia di Stato nel quartiere Pilastro di Bologna. Le immagini diffuse mostrano l’uomo immobilizzato a faccia in giù, con due agenti impegnati nel contenimento e un cittadino che gli trattiene le gambe. Attorno sono visibili anche operatori del soccorso. Fakir grida ripetutamente «aiuto» e «basta», appare in difficoltà, poi progressivamente smette di muoversi. L’autopsia dovrà stabilire la causa medica del decesso; le bodycam e i filmati integrali dovranno ricostruire tempi e responsabilità. Ma l’assenza, per ora, di una diagnosi definitiva non cancella ciò che il video pone davanti agli occhi di tutti.

Un arresto non autorizza lo Stato a spegnere il proprio dovere di protezione. Al contrario: dal momento in cui una persona viene fisicamente dominata e privata della possibilità di proteggersi, la sua vita dipende interamente da chi la sta trattenendo.

Ed è proprio in quel momento che il sistema, a Bologna, sembra avere fallito.

Non serviva la certezza del malore: bastava il sospetto

Il punto centrale non è stabilire se gli agenti avessero inizialmente ragione a intervenire. Fakir poteva essere agitato, aggressivo, confuso o aver danneggiato un’automobile. Tutto questo dovrà essere ricostruito.

Ma nessuno di questi comportamenti autorizza a ignorare i segnali di una possibile emergenza medica.

Quando una persona immobilizzata invoca aiuto, manifesta difficoltà respiratoria, perde progressivamente forza o smette improvvisamente di reagire, non occorre attendere la certezza di un arresto cardiaco. Il dubbio è già sufficiente per cambiare immediatamente modalità d’intervento.

Da quel momento non esiste più soltanto un problema di ordine pubblico. Esiste un paziente potenzialmente critico.

Continuare a pensare esclusivamente all’ammanettamento, alle fascette o al controllo degli arti, mentre la reattività della persona diminuisce, significa perdere il confine tra contenimento e soccorso. Ed è un confine che professionisti addestrati dovrebbero conoscere perfettamente.

Le procedure della Polizia di Stato erano chiare

Le linee guida operative per la gestione delle persone non collaborative, sintetizzate nell’Istruzione operativa I.O. 15-00-20250101, indicano che il contenimento fisico deve durare soltanto per il tempo strettamente necessario. La posizione prona con compressione del torace non deve essere prolungata, proprio per i rischi a carico della respirazione e del sistema cardiaco. Una volta messo in sicurezza, il soggetto deve essere ruotato sul fianco e mantenuto in una posizione che permetta di respirare correttamente.

Le stesse indicazioni prevedono che, davanti a segni di malessere, la presa venga allentata, la persona sia posizionata lateralmente, la respirazione venga verificata e il personale sanitario sia immediatamente coinvolto.

Queste regole non sono dettagli burocratici. Esistono perché la posizione prona, la compressione del corpo, lo sforzo fisico intenso, lo spray urticante, il caldo e un’eventuale patologia preesistente possono concorrere a produrre una crisi rapidamente fatale.

Per questo è inaccettabile sostenere che una morte simile fosse imprevedibile. Le procedure esistono precisamente perché il rischio era conosciuto e prevedibile.

Se le immagini integrali confermeranno che Fakir è rimasto prono dopo essere stato immobilizzato, mentre diventava sempre meno reattivo, non ci troveremmo davanti a una fatalità inspiegabile, ma davanti alla possibile mancata applicazione di regole operative predisposte proprio per salvaguardare la vita del fermato.

Il fallimento del soccorso davanti a un uomo che non risponde

Ancora più grave è la questione relativa al personale sanitario.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche basate sul filmato, due soccorritori sarebbero rimasti accanto alla scena senza intervenire immediatamente mentre Fakir smetteva di dimenarsi e appariva perdere conoscenza. L’Ausl di Bologna ha aperto un’indagine interna proprio per verificare tempi e modalità dell’assistenza prestata.

La sequenza comunicata dall’Ausl indica che l’ambulanza fu inviata alle 12:17 e arrivò alle 12:30. Alle 12:36 l’equipaggio contattò la centrale per un consulto medico e richiese l’automedica; quest’ultima arrivò alle 12:53, constatando il decesso. Quei ventitré minuti tra l’arrivo della prima ambulanza e la constatazione della morte dovranno essere ricostruiti secondo per secondo.

Le linee guida ERC 2025, pubblicate in italiano dall’Italian Resuscitation Council, stabiliscono un principio elementare: una persona non responsiva deve essere immediatamente valutata; se non risponde e non respira normalmente, deve essere considerata in arresto cardiaco e la rianimazione deve iniziare senza ritardo. In caso di dubbio, bisogna presumere l’arresto cardiaco, non attendere che il dubbio diventi certezza.

Queste sono indicazioni rivolte perfino ai soccorritori non professionisti. È evidente che da un equipaggio sanitario si pretende un livello di valutazione ancora più elevato: controllo immediato di coscienza, vie aeree, respirazione e circolo; monitoraggio continuo; rimozione delle condizioni che possono ostacolare il respiro; rianimazione e defibrillazione quando indicate.

La domanda, quindi, non è soltanto quando sia arrivato il medico dell’automedica.

La domanda è: che cosa è stato fatto dal primo equipaggio nel momento esatto in cui Fakir ha smesso di reagire?

È stato verificato immediatamente il respiro? È stato controllato il circolo? Le fascette e le manette sono state rimosse o allentate? L’uomo è stato girato tempestivamente? Sono state liberate le vie aeree? È stata iniziata la rianimazione? È stato utilizzato un defibrillatore? Chi comandava la scena: la polizia o i sanitari?

Non sono dettagli. Sono la differenza tra un soccorso e un’attesa.

La divisa non può prevalere sulla medicina

Quando il personale sanitario arriva sul posto, la tutela delle funzioni vitali deve diventare prioritaria. La sicurezza degli operatori rimane essenziale, ma una volta che la persona è immobilizzata e non rappresenta più una minaccia attiva, il contenimento deve essere rimodulato per consentire la valutazione clinica.

Non può esistere una zona grigia nella quale la polizia continua a immobilizzare e i soccorritori aspettano che qualcuno autorizzi loro a intervenire.

Un uomo che smette di rispondere non è più un soggetto “da controllare”. È una persona in pericolo di vita.

Se il sistema non stabilisce con chiarezza chi debba ordinare l’immediata rotazione del corpo, l’allentamento delle costrizioni e l’avvio della valutazione sanitaria, allora il problema non riguarda soltanto i singoli presenti. Riguarda la formazione, il coordinamento, la catena di comando e la cultura operativa delle istituzioni.

Un rischio conosciuto anche dalla giustizia europea

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già affrontato casi di morte successiva a immobilizzazione prona. Nel caso Kalkan contro Danimarca, relativo a una persona trattenuta a terra in posizione prona, la Corte ha ravvisato una violazione del diritto alla vita anche per l’insufficiente trasmissione delle informazioni sui rischi, la mancanza di istruzioni adeguate e le carenze formative del personale. Non è una decisione sul caso di Bologna, ma afferma un principio decisivo: lo Stato non deve soltanto evitare condotte intenzionalmente letali; deve organizzare, formare e controllare i propri operatori affinché rischi conosciuti non si trasformino in morte.

È precisamente questo il punto.

Il sistema italiano conosceva il pericolo della posizione prona. Conosceva la necessità di girare lateralmente la persona. Conosceva il dovere di verificare la respirazione. Conosceva l’obbligo di intervenire immediatamente davanti alla perdita di coscienza.

Eppure Abderrahim Fakir è morto circondato da persone istituzionalmente incaricate sia di controllarlo sia di soccorrerlo.

La responsabilità penale è da accertare. La responsabilità politica è già evidente

La Procura di Bologna ha avviato accertamenti sulle persone che hanno partecipato alle diverse fasi dell’intervento: due poliziotti e quattro operatori sanitari sono stati annotati nel registro preliminare previsto dal modello 45-bis. Non risultano, allo stato, formalmente indagati e nessuna responsabilità penale può essere anticipata prima degli accertamenti medico-legali e giudiziari.

Ma la prudenza giudiziaria non impone il silenzio politico.

È legittimo attendere l’autopsia per sapere perché il cuore di Fakir abbia cessato di battere. Non è necessario attendere mesi per affermare che un uomo immobilizzato e progressivamente non responsivo avrebbe dovuto essere trattato come un’emergenza medica immediata.

Ed è grave che esponenti politici si siano precipitati a parlare di intervento professionale prima ancora di conoscere le immagini integrali, i dati sanitari e gli esiti dell’autopsia. Difendere automaticamente gli apparati non significa difendere lo Stato. Significa sottrarre lo Stato al controllo democratico.

Non una fatalità, ma una prova per le istituzioni

La morte di Abderrahim Fakir non deve essere ridotta alla consueta formula dell’“evento tragico”.

Un evento tragico è un fatto inevitabile. Qui, invece, esistevano procedure concepite per evitare esattamente questo esito.

La magistratura stabilirà se vi siano reati e chi ne debba rispondere. Ma le istituzioni devono già spiegare perché un uomo sia rimasto immobilizzato mentre chiedeva aiuto, perché il suo progressivo silenzio non abbia determinato un’immediata inversione dell’intervento e perché la presenza contemporanea di polizia e soccorritori non sia bastata a proteggerne la vita.

Non chiediamo una condanna sommaria degli operatori. Chiediamo qualcosa di più importante: che nessuna divisa, nessuna appartenenza professionale e nessuna protezione politica venga utilizzata per attenuare la gravità di ciò che è accaduto.

Quando lo Stato limita fisicamente la libertà di una persona, ne assume la custodia e la responsabilità.

Quando quella persona muore mentre è immobilizzata, lo Stato non può limitarsi a dire che stava facendo il proprio dovere.

Deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per mantenerla in vita.

Nel caso di Abderrahim Fakir, le immagini disponibili fanno temere l’esatto contrario: un sistema capace di immobilizzare rapidamente, ma incapace di riconoscere — o di trattare in tempo — un uomo che stava morendo.

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