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Trump, l’uomo che non deve chiedere mai…

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Definire “scaramucce” i raid su Beirut cancella il peso delle vittime

A quanto pare a Trump è permesso tutto e questo perchè gli viene concesso dagli altri Governi mondiali. Le parole contano, soprattutto quando cadono sulle guerre. Definire i raid israeliani sul Libano come “scaramucce” non è una semplificazione infelice: è una formula che rischia di svuotare di significato la sofferenza reale di chi vive sotto le bombe. Secondo quanto riportato da ANSA l’8 aprile 2026, il presidente statunitense Donald Trump, in un’intervista a PBS, ha affermato che il Libano “non era incluso nell’accordo” per la tregua con l’Iran “a causa di Hezbollah”, aggiungendo che gli attacchi israeliani su Beirut sarebbero “una scaramuccia a parte” e concludendo: “Va tutto bene”.

Ma quando si parla di raid aerei, di aree urbane colpite e di popolazioni esposte alla violenza, il linguaggio politico non può permettersi leggerezza. Chiamare “scaramuccia” un’azione militare in un contesto in cui le persone muoiono, restano ferite o sono costrette a vivere nel terrore, produce un effetto preciso: normalizza la violenza e abbassa la soglia morale con cui l’opinione pubblica percepisce il conflitto.

Il punto non è soltanto diplomatico. È umano. Ogni formula che attenua la gravità di un bombardamento finisce per allontanare dal centro della scena le vittime civili, la distruzione delle case, la paura quotidiana, l’instabilità permanente. Quando una leadership internazionale descrive attacchi armati come un elemento marginale o quasi fisiologico della crisi, il rischio è quello di legittimare una gerarchia implicita del dolore: alcune vite sembrano meritare indignazione immediata, altre vengono archiviate come danno collaterale del quadro strategico.

Se Beirut viene esclusa da una tregua per ragioni politiche o militari, questo non rende meno grave ciò che accade sul terreno. Al contrario, rende ancora più urgente una vigilanza pubblica sul linguaggio usato dai governi. Perché una tregua che lascia spazio ai bombardamenti su civili o su aree densamente abitate non appare come una vera sospensione della violenza, ma come una tregua selettiva. E una tregua selettiva, agli occhi di chi la subisce, somiglia troppo spesso a una formula diplomatica priva di protezione reale.

Nel lessico della guerra, la minimizzazione è già parte del problema. Le vittime non vivono “scaramucce”. Vivono esplosioni, lutti, sfollamenti e paura. Ogni parola che riduce questa realtà contribuisce a renderla più tollerabile per chi osserva da lontano. Ed è proprio questo che dovrebbe restare inaccettabile.

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