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Primo Maggio, la sicurezza dei lavoratori resta una frontiera globale dei diritti umani

Nel mondo milioni di persone continuano a pagare con la salute, la dignità e spesso con la vita il prezzo di un lavoro non sicuro. La CNU richiama l’attenzione sulla necessità di trasformare la sicurezza sul lavoro in una priorità umanitaria permanente.

Il Primo Maggio non può essere soltanto una celebrazione rituale. Deve tornare a essere una giornata di coscienza globale. Perché il lavoro, che dovrebbe garantire dignità, autonomia e futuro, continua ancora oggi a essere per milioni di persone una fonte di rischio fisico, mentale, sociale ed economico.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un ambiente di lavoro sicuro e sano è riconosciuto come principio e diritto fondamentale nel lavoro. Eppure, i numeri restano drammatici: ogni anno circa 2,93 milioni di lavoratori muoiono per cause legate al lavoro e 395 milioni subiscono infortuni non mortali. Sono cifre che trasformano la sicurezza sul lavoro in una questione globale di diritti umani, non in un semplice tema tecnico o amministrativo.

La nuova frontiera del rischio non riguarda soltanto cantieri, fabbriche, miniere, agricoltura o trasporti. Riguarda anche ciò che spesso non si vede: stress, orari eccessivi, precarietà, insicurezza occupazionale, pressioni organizzative, violenze e molestie nei luoghi di lavoro. Un recente rapporto ILO segnala che oltre 840.000 persone muoiono ogni anno per condizioni di salute collegate a rischi psicosociali sul lavoro, tra cui lunghi orari, insicurezza del posto, molestie e bullismo.

Il dato è particolarmente grave perché mostra un cambiamento profondo: il lavoro può ferire anche quando non produce un infortunio immediatamente visibile. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, il 35% dei lavoratori lavora più di 48 ore alla settimana e il 23% ha sperimentato almeno una forma di violenza o molestia nella propria vita lavorativa. I rischi psicosociali generano inoltre una perdita stimata pari all’1,37% del PIL globale ogni anno.

A questo si aggiunge il fattore climatico. Il riscaldamento globale sta modificando le condizioni stesse del lavoro: agricoltori, operai edili, lavoratori della logistica, addetti alla raccolta rifiuti, personale sanitario, operatori umanitari e lavoratori informali sono sempre più esposti a caldo estremo, eventi meteorologici violenti, inquinamento e malattie legate all’ambiente. L’ILO stima che 2,41 miliardi di lavoratori siano esposti ogni anno a calore eccessivo e che misure migliori di prevenzione potrebbero far risparmiare fino a 361 miliardi di dollari a livello globale.

La vulnerabilità cresce dove il lavoro è povero, informale o privo di protezioni reali. Nel 2026, secondo l’ILO, circa il 57,7% dei lavoratori mondiali opera nell’economia informale, pari a circa 2,1 miliardi di persone. Inoltre, 284 milioni di lavoratori vivono in povertà estrema, con meno di 3 dollari al giorno. Questo dimostra che avere un lavoro non significa automaticamente avere sicurezza, dignità o accesso ai diritti fondamentali.

La crisi della sicurezza dei lavoratori è anche una crisi della rappresentanza. L’Indice Globale dei Diritti 2025 della Confederazione Internazionale dei Sindacati segnala un peggioramento dei diritti dei lavoratori in tre regioni su cinque e rileva che solo 7 Paesi su 151 hanno ottenuto il miglior livello di tutela. Il dato indica una tendenza preoccupante: dove diminuisce la possibilità di organizzarsi, denunciare, contrattare e partecipare alle decisioni, aumenta anche il rischio di abuso, sfruttamento e invisibilità.

Per la Confederazione delle Nazioni Umanitarie, la sicurezza sul lavoro deve essere considerata parte integrante della tutela della persona. Non esiste sviluppo reale se chi costruisce, cura, trasporta, produce, educa, assiste o coltiva viene lasciato senza protezione. Non esiste economia sostenibile se il prezzo della produttività viene scaricato sul corpo e sulla mente dei lavoratori.

In questo Primo Maggio, la CNU richiama governi, imprese, organizzazioni internazionali e società civile a un impegno concreto: rafforzare le ispezioni, rendere trasparenti i dati sugli incidenti, includere i rischi psicosociali nei sistemi di prevenzione, proteggere i lavoratori informali e migranti, adeguare le norme alla crisi climatica e garantire che ogni filiera produttiva sia fondata su sicurezza, dignità e responsabilità.

La festa dei lavoratori non deve essere soltanto memoria storica. Deve diventare una verifica annuale dello stato reale dei diritti umani nel mondo del lavoro. Perché ogni vita persa sul lavoro, ogni malattia evitabile, ogni corpo consumato dalla fatica e ogni persona ridotta al silenzio dalla precarietà rappresentano un fallimento collettivo.

Il lavoro deve restare strumento di dignità. Mai causa di morte, sfruttamento o abbandono.

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